Io non è che parto con chissà quali pretese. Riesco anche a guardarmi roba che piace un po’ a tutti tipo, che ne sò, Fullmetal Alchemist.
Però Soul Eater è scritto con una penna infilata nel culo.
Un design accattivante, un’animazione da urlo e una regia, concediamoglielo, anche un po’ sopra la media al servizio di una sceneggiatura che sembra rimasta bloccata negli anni novanta: ancora le battute stizzite sulle ragazze piatte e le sequenze comico-demenziali dove il buffone di turno viene punito con un pugno fumante in testa? Gesù Ranma, sono passati vent’anni, perchè ti sento così vicino?

Il background generico ci viene presentato in uno dei modi meno sottili di sempre: una voce fuoricampo spiega l’esistenza di una scuola presidiata dal Dio della Morte (suvvia, dire Shinigami è da weeaboo) in cui giovani promettenti vengono addestrati all’uso di armi particolari per sconfiggere le anime malvage e prevenire la rinascita di Kishin, un tizio supercattivissimo che ha gettato il mondo nel caos.
E vabè.
Se il resto fosse filato liscio avrei anche potuto sorvolare sulla scelta stilistica incapacità di raccontare un antefatto, e invece no. La scrittura dilettantesca degna di un bambino delle elementari regna incontrastata anche sulla prossima scena.
Abbiamo un mostro schifoso (un “uovo di Kishin” a quanto pare) e abbiamo la protagonista femminile, Maka, e il suo partner, Soul, che se abbiamo fatto un minimo di ricerca prima di vedere questa roba o -dio non voglia- tenuto occhi e orecchie aperti mentre mezzo mondo ne parlava, sappiamo già essere in grado di trasformarsi nella falce della sopracitata.
Ora, voi due vi conoscete, è chiaro che lavorate assieme da un periodo di tempo piuttosto consistente se finora avete mangiato 98 anime, che non è proprio come mangiare pistacchi, perchè i pistacchi non li devi prima combattere con una falce lunga cinque metri. E allora che bisogno c’è di farsi lo spiegone da soli sul fatto che qualsiasi anima malvagia può diventare un Kishin, che è vostro dovere fermarla e che Soul è la tua arma anche se ha delle fattezze umane perchè infatti si può trasformare in una falce?!?!?
Non è abbastanza esplicativo vedere che il suo braccio si trasforma in una lama, c’era proprio bisogno di dirselo con gli occhi in penombra, la voce cupa e la posa figa?
E mentre penso che questo cartone è calibrato per i mongoloidi vengo colpito al cuore dalla scena di combattimento. E’ magnifica, elegante, non manca (nè abusa) dell’effetto “telecamera su un carrello senza una ruota” che va tanto di moda di recente. Ci piazza pure un paio di inquadrature coi personaggi tagliati per dare un tocco di realismo. Insomma, mi ha fatto pensare che per una manciata di scene così si poteva anche sopportare il resto.
Ma il resto è tutto in discesa.
Maka e Soul hanno l’usuratissimo rapporto degli opposti che si attraggono, con lui che fa le sue battutine stronze tra i denti e lei che si incazza con la venozza pulsante sopra la testa. Facciamo anche la conoscenza del padre di Maka, che invece corrisponde al clichè del coglione che poi però al momento giusto si rivela fichissimo, non per nulla è la falce (a lama tripla) dello Shinigami.
Per il resto del tempo i nostri eroi cercano di abbattere una strega tettuta: se dopo novantanove anime umane un’arma si nutre dell’anima di una strega acquisirà una potenza tale da poter essere utilizzata dallo Shinigami in persona. Dopo una serie di scenette stucchevoli e prevedibili e qualche meravigliosa scena d’azione viene fuori che la strega non era una strega, ma solo un gatto con dei poteri magici. Insomma, un’inculata colossale, le novantanove anime raccolte sono andate a farsi fottere e adesso abbiamo una serie che alla bellezza di 51 episodi non è ancora finita da riempire con questo format del raccogliere le anime malvagie a oltranza.
E vabè.
Almeno ha dei combattimenti coi controcazzi: studio Bones e Aniplex ci regalano delle animazioni fluidissime in battaglia. E lasciano la loro firma mettondo in volto a Maka delle espressioni che non possono non ricordarci il buon Edward Elric.

Un paio di critiche finali: abbiamo parlato di un’intero istituto di “cacciatori”, ma in tutto l’episodio di personaggi ne abbiamo visti quattro di numero… lascia una sensazione di vuoto non da poco. Sarebbe bastato far vedere una folla, un aula, un qualcuno in giro per riempire la scuola.
Also, che la strega sarebbe diventata un regular nel cast non avevamo dubbi, ma lo scambio di battute -ti abbiamo rubato l’anima, com’è che sei ancora qui? -perchè i gatti hanno nove vite sembra davvero buttato lì. Se l’avessero messa sul ridere si sarebbe risolta meglio.
Graficamente bellissima l’opening (soprattutto il piano sequenza iniziale per farci vedere tutti i protagonisti), canzone pessima. Ma buttarsi sul J-rock che così andiamo sul sicuro no?
L’ending invece direi che è inattaccabile su entrambi i fronti. Apprezzatissimi i bordi extralarge sui personaggi.
Menzione particolare va anche a Subsfactory che ci ha offerto i coloratissimi sottotitoli per questo episodio. Ma sono io che becco sempre lo stesso subber col feticcio della parolaccia o fa parte della politica del sito mettere in bocca a qualsiasi personaggio una certa quantità di volgarità (quando è noto ai più che il peggio che può uscire dalla bocca di un giapponese è “sciocchino”)?
Due teschi trioculati du cinque. Una meraviglia a vedersi, ma la sceneggiatura è indecente. Mi faceva venire voglia di levare i sub e ascoltarli blaterare in giapponese facendo finta ceh dicessero cose intelligenti.
2/5
Per quanto posso tirare avanti aggrappandomi a quei dieci minuti d’azione, tre, quattro episodi?













E’ da ormai più di un mese che Avatar sta monopolizzando la seconda serata sulla televisione in soggiorno, e direi che è ora di cominciare a recensire qualcosa. Peccato iniziare con un episodio così infelice.




